Si è insediato il Comitato di sorveglianza dell’Osservatorio regionale per il monitoraggio degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, istituito dalla legge regionale n. 27/2007.
Dell’organismo fanno parte, dirigenti regionali e delle ASL, il direttore dell’Inail, un avvocato con esperienza nel settore, rappresentanti di Confindustria, Confartigianato, Api e dei sindacati Cgil, Cisl e Uil.
Lo comunica l’assessore regionale alle infrastrutture Innocenzo Lo Guercio.
Hanno fatto appena in tempo ad inaugurare un altro carrozzone che alla Fiat di Melfi (il medesimo giorno) l’ennesimo infortunio grave rischia di portarsi via un altro operaio.
Andrea Gallo un operaio di 38 anni era al lavoro, in un box definito “protetto” è stato colpito pesantemente da una mola, staccatasi dal suo punto di fissaggio.
Ai compagni di lavoro che l’hanno soccorso è apparso subito in condizioni disperate.
E’ stato trasportato subito all’Ospedale S.Carlo di Potenza e i sanitari gli hanno riscontrato una forte ferita alla fronte ed una presunta frattura al cranio.
Appena partito da Melfi sembrava possedere un minimo di lucidità, invece al suo arrivo al S.Carlo, aveva del tutto perso conoscenza.
L’operaio è ricoverato nel reparto di neurochirurgia con prognosi riservata “d’obbligo” per le prossime 48 ore e le sue condizioni restano gravi.
Nel frattempo “la Fiat di Melfi convoca i delegati di fabbrica incaricati di seguire i processi e le iniziative legate all’applicazione e all’osservanza delle norme di sicurezza in fabbrica”!!
Intanto pochi giorni fa un operaio di una terziarizzata della Fiat di Melfi si è preso due giorni di sospensione e un’altra sanzione è in arrivo perché si è rifiutato di lavorare in una postazione dove “non gli veniva garantita la sicurezza”.
A “cascata” i numerosi osservatori continuano a “registrare” e a “blaterare”, gli operai a rischiare la pelle e a morire.
sabato 21 giugno 2008
lunedì 31 marzo 2008
UN ALTRO OPERAIO MORTO ALLA FIAT DI MELFI
A Melfi dopo i licenziamenti repressivi attuati dalla Fiat, tesi a sottomettere la maggior parte degli operai e a liberarsi degli operai che alzavano la testa, non solo sono aumentati gli infortuni, ma sono morti degli operai.
In fabbrica mentre i soliti elementi affermano che l’aumento degli infortuni e le morti “sono un caso” e “che non c’è una fabbrica sicura al 100%” , molti operai sostengono che da quando sono scattati i licenziamenti, in fabbrica “non si capisce più niente e il padrone fa quello che vuole”.
La Fiat, dicono molti operai, dopo essersi liberato di chi organizzava gli scioperi e la resistenza in fabbrica allo sfruttamento, con il silenzio-assenso dei sindacati filopadronali, ha imposto l’aumento dei ritmi di lavoro e la nuova metrica OCRA con estrema facilità.
Non sono però bastate le complicità e non ci è voluto molto tempo per incominciare a vedere i primi effetti: un operaio morto a dicembre 2007, il 6 marzo 2008 presso la UTE n. 11 solo la prontezza degli operai ha evitato il peggio, il 14 Marzo un altro operaio ha subito un infortunio grave,
il 26 Marzo un altro operaio, di 43 anni, Domenico Monopoli è morto in seguito alle ferite riportate per una caduta da un soppalco, avvenuta mentre stava effettuando il turno di notte nel reparto Verniciatura alla Fiat di Melfi.
Il giovane operaio caduto da un’altezza di circa 6 metri poiché lavorava sul turno di notte non ha avuto neanche la possibilità di ricevere il soccorso immediato del medico che non è presente sul turno di notte.
Al di là delle chiacchiere, anche il medico è un costo, di cui si può fare a meno quando la pelle da salvaguardare è quella degli operai.
Molti di fronte alla morte del giovane operaio sono simbolicamente intervenuti.
Il presidente della regione De Filippo ha dichiarato che “la Regione è impegnata a rendere immediatamente operativo l’Osservatorio regionale degli infortuni e delle malattie professionali per contrastare il fenomeno delle “morti bianche” e per assicurare migliori condizioni di lavoro nei cantieri e nelle fabbriche”.
L’ennesimo carrozzone che una volta messo in piedi servirà solo a imbarcare altri nullafacenti che saranno mantenuti dagli operai che continueranno ad essere sfruttati e a morire sul lavoro.
I partiti di opposizione in regione chiedono la stessa cosa magari “lo stesso mezzo con qualche posto in più”.
I sindacati filopadronali, quando muore un operaio, piagnucolano, esprimono cordoglio, qualche comunicato stampa, fanno qualche sciopero simbolico, ma non si mettono effettivamente contro la Fiat che continua ad approfittarne.
Il presidente di confindustria Basilicata, Attilio Martorano conferma che “siamo tutti pienamente consapevoli delle responsabilità dirette e indirette che ricadono sulle spalle dell’imprenditore nel porre in essere ogni possibile azione utile a preservare la vita e la salute dei nostri collaboratori”.
Gli operai “cadono nel vuoto” come è successo a Domenico e lasciano la pelle, i padroni al massimo rischiano di “cadere nel vuoto” delle parole e non rischiano niente.
Nessuno, infatti, ha il coraggio di denunciare un fatto inconfutabile ed evidente: il nesso che esiste fra i licenziamenti politici, l’aumento dello sfruttamento e gli incidenti mortali sul lavoro.
In fabbrica mentre i soliti elementi affermano che l’aumento degli infortuni e le morti “sono un caso” e “che non c’è una fabbrica sicura al 100%” , molti operai sostengono che da quando sono scattati i licenziamenti, in fabbrica “non si capisce più niente e il padrone fa quello che vuole”.
La Fiat, dicono molti operai, dopo essersi liberato di chi organizzava gli scioperi e la resistenza in fabbrica allo sfruttamento, con il silenzio-assenso dei sindacati filopadronali, ha imposto l’aumento dei ritmi di lavoro e la nuova metrica OCRA con estrema facilità.
Non sono però bastate le complicità e non ci è voluto molto tempo per incominciare a vedere i primi effetti: un operaio morto a dicembre 2007, il 6 marzo 2008 presso la UTE n. 11 solo la prontezza degli operai ha evitato il peggio, il 14 Marzo un altro operaio ha subito un infortunio grave,
il 26 Marzo un altro operaio, di 43 anni, Domenico Monopoli è morto in seguito alle ferite riportate per una caduta da un soppalco, avvenuta mentre stava effettuando il turno di notte nel reparto Verniciatura alla Fiat di Melfi.
Il giovane operaio caduto da un’altezza di circa 6 metri poiché lavorava sul turno di notte non ha avuto neanche la possibilità di ricevere il soccorso immediato del medico che non è presente sul turno di notte.
Al di là delle chiacchiere, anche il medico è un costo, di cui si può fare a meno quando la pelle da salvaguardare è quella degli operai.
Molti di fronte alla morte del giovane operaio sono simbolicamente intervenuti.
Il presidente della regione De Filippo ha dichiarato che “la Regione è impegnata a rendere immediatamente operativo l’Osservatorio regionale degli infortuni e delle malattie professionali per contrastare il fenomeno delle “morti bianche” e per assicurare migliori condizioni di lavoro nei cantieri e nelle fabbriche”.
L’ennesimo carrozzone che una volta messo in piedi servirà solo a imbarcare altri nullafacenti che saranno mantenuti dagli operai che continueranno ad essere sfruttati e a morire sul lavoro.
I partiti di opposizione in regione chiedono la stessa cosa magari “lo stesso mezzo con qualche posto in più”.
I sindacati filopadronali, quando muore un operaio, piagnucolano, esprimono cordoglio, qualche comunicato stampa, fanno qualche sciopero simbolico, ma non si mettono effettivamente contro la Fiat che continua ad approfittarne.
Il presidente di confindustria Basilicata, Attilio Martorano conferma che “siamo tutti pienamente consapevoli delle responsabilità dirette e indirette che ricadono sulle spalle dell’imprenditore nel porre in essere ogni possibile azione utile a preservare la vita e la salute dei nostri collaboratori”.
Gli operai “cadono nel vuoto” come è successo a Domenico e lasciano la pelle, i padroni al massimo rischiano di “cadere nel vuoto” delle parole e non rischiano niente.
Nessuno, infatti, ha il coraggio di denunciare un fatto inconfutabile ed evidente: il nesso che esiste fra i licenziamenti politici, l’aumento dello sfruttamento e gli incidenti mortali sul lavoro.
lunedì 17 marzo 2008
QUANDO LA PELLE E’ QUELLA DEGLI OPERAI
Il 14 Marzo 2008 l’ennesimo infortunio alla Fiat di Melfi, ha rovinato fisicamente un operaio di 41 anni.
Un operaio, Gianfranco, che per poco ha rischiato di lasciare la pelle, la moglie e un figlio piccolo.
Per fortuna si è salvato grazie alla prontezza dei compagni di lavoro, che hanno bloccato la linea.
Nonostante ciò è stato “sottoposto ad un delicato intervento chirurgico per la ricostruzione del polpaccio dell’arto destro e del nervo sciatico di quello sinistro”.
L’infortunio è avvenuto in un’area dove l’operaio era stato mandato dall’azienda in “prestito” per il primo giorno cioè in sostituzione di un altro operaio.
Gianfranco prima di svolgere la nuova mansione aveva l’elementare diritto di essere informato dei rischi inerenti alla nuova mansione e alla postazione di lavoro.
Inoltre gli doveva essere fatto l’addestramento adeguato.
Per come vanno le cose in fabbrica, per le esigenze del padrone è poco probabile che sia stato fatto tutto ciò.
L’operaio ha subito un danno fisico grave che si porterà dietro per tutta la vita e che si poteva evitare.
E’ avvenuto tutto in pochi secondi, in un varco tecnico dove agli operai non dovrebbe essere possibile accedere se ci fossero barriere adeguate e dove grazie alle previste fotocellule, dovrebbero scattare i dispositivi di sicurezza relativi al blocco della linea e delle vetture in movimento, che non sono scattati.
Quando succedono cose di questo genere le aziende tendono a scaricare le responsabilità agli operai che a loro dire non rispettano le norme di sicurezza.
Come se gli operai fossero masochisti.
C’era lo spazio e il tempo sufficiente per poter effettuare le operazioni di lavoro senza travalicare nel varco tecnico da parte di un operaio “in prestito e alle prime armi” in una nuova postazione di lavoro?
Gli operai, subiscono sempre più infortuni perché il tempo loro concesso dai padroni è sempre più ristretto e molte volte non hanno neanche il tempo di guardare intorno per rendersi conto dove sono.
Invece i padroni “se ne inventano una più del diavolo” e mentendo “sapendo di mentire”, continuano a dire che non è colpa loro se gli operai si infortunano e muoiono sul lavoro.
Sono tante le volte che gli strumenti di protezione prima vengono applicati nelle fabbriche per ricevere finanziamenti pubblici, poi eliminati se questi non sono compatibili con le esigenze aziendali.
I padroni parlano di formazione, poi anche l’elementare informazione per la prevenzione degli infortuni diventa un qualcosa che deve risultare fatta solo sulla carta, per evitare multe.
E gli ispettori del lavoro quando fanno i controlli in buona fede molte volte vengono veramente presi in giro.
Quello che è successo il 14 alla Fiat di Melfi è un incidente che era stato già annunciato.
Circa un anno fa il delegato Ferrentino aveva fatto presente a dei responsabili aziendali che c’erano dei problemi in quell’area.
Un avviso come tanti da parte del delegato. Un diniego come tanti da parte dei responsabili aziendali.
Se fosse per gli operai questi responsabili aziendali sarebbero immediatamente assegnati al lavoro sulle linee.
Invece sono gli operai che non piegano la testa e scioperano come Ferrentino che vengono licenziati perché denunciano tramite volantini comportamento vessatori e antisindacali di capi e capetti, sotto gli occhi di tanti personaggi che fanno finta di niente. Gli stessi personaggi che “con il sudore degli operai si siedono in tavola esattamente come i padroni ” e al momento giusto anche quando un operaio subisce un infortunio o muore sul lavoro cercano in ogni modo di parare il culo all’azienda.
Un operaio, Gianfranco, che per poco ha rischiato di lasciare la pelle, la moglie e un figlio piccolo.
Per fortuna si è salvato grazie alla prontezza dei compagni di lavoro, che hanno bloccato la linea.
Nonostante ciò è stato “sottoposto ad un delicato intervento chirurgico per la ricostruzione del polpaccio dell’arto destro e del nervo sciatico di quello sinistro”.
L’infortunio è avvenuto in un’area dove l’operaio era stato mandato dall’azienda in “prestito” per il primo giorno cioè in sostituzione di un altro operaio.
Gianfranco prima di svolgere la nuova mansione aveva l’elementare diritto di essere informato dei rischi inerenti alla nuova mansione e alla postazione di lavoro.
Inoltre gli doveva essere fatto l’addestramento adeguato.
Per come vanno le cose in fabbrica, per le esigenze del padrone è poco probabile che sia stato fatto tutto ciò.
L’operaio ha subito un danno fisico grave che si porterà dietro per tutta la vita e che si poteva evitare.
E’ avvenuto tutto in pochi secondi, in un varco tecnico dove agli operai non dovrebbe essere possibile accedere se ci fossero barriere adeguate e dove grazie alle previste fotocellule, dovrebbero scattare i dispositivi di sicurezza relativi al blocco della linea e delle vetture in movimento, che non sono scattati.
Quando succedono cose di questo genere le aziende tendono a scaricare le responsabilità agli operai che a loro dire non rispettano le norme di sicurezza.
Come se gli operai fossero masochisti.
C’era lo spazio e il tempo sufficiente per poter effettuare le operazioni di lavoro senza travalicare nel varco tecnico da parte di un operaio “in prestito e alle prime armi” in una nuova postazione di lavoro?
Gli operai, subiscono sempre più infortuni perché il tempo loro concesso dai padroni è sempre più ristretto e molte volte non hanno neanche il tempo di guardare intorno per rendersi conto dove sono.
Invece i padroni “se ne inventano una più del diavolo” e mentendo “sapendo di mentire”, continuano a dire che non è colpa loro se gli operai si infortunano e muoiono sul lavoro.
Sono tante le volte che gli strumenti di protezione prima vengono applicati nelle fabbriche per ricevere finanziamenti pubblici, poi eliminati se questi non sono compatibili con le esigenze aziendali.
I padroni parlano di formazione, poi anche l’elementare informazione per la prevenzione degli infortuni diventa un qualcosa che deve risultare fatta solo sulla carta, per evitare multe.
E gli ispettori del lavoro quando fanno i controlli in buona fede molte volte vengono veramente presi in giro.
Quello che è successo il 14 alla Fiat di Melfi è un incidente che era stato già annunciato.
Circa un anno fa il delegato Ferrentino aveva fatto presente a dei responsabili aziendali che c’erano dei problemi in quell’area.
Un avviso come tanti da parte del delegato. Un diniego come tanti da parte dei responsabili aziendali.
Se fosse per gli operai questi responsabili aziendali sarebbero immediatamente assegnati al lavoro sulle linee.
Invece sono gli operai che non piegano la testa e scioperano come Ferrentino che vengono licenziati perché denunciano tramite volantini comportamento vessatori e antisindacali di capi e capetti, sotto gli occhi di tanti personaggi che fanno finta di niente. Gli stessi personaggi che “con il sudore degli operai si siedono in tavola esattamente come i padroni ” e al momento giusto anche quando un operaio subisce un infortunio o muore sul lavoro cercano in ogni modo di parare il culo all’azienda.
domenica 2 marzo 2008
Riflessioni sulla sentenza
La decisione presso il Tribunale di Melfi: una vera ingiustizia.
Dopo essere stato licenziato, insieme ad un altro operaio che era anche RSU, la FLMUniti-CUB, il sindacato a cui aderisco, ha impugnato presso il tribunale di Melfi la causa ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori.
La famosa legge 300 del 1970, quella che, ci dicono, dovrebbe tutelare tutti i lavoratori.
Il giudice del lavoro, dopo averci pensato per 2 mesi, ha fatto propria alla lettera le tesi della Fiat-SATA e ha rigettato il ricorso impugnato ai sensi dell’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori dalla FLMUniti-CUB perché a suo dire il sindacato di base non avrebbe il requisito della nazionalità in quanto presente “solamente” in 43 province e in quasi tutte le regioni.
Una decisione ingiusta che toglie di mezzo qualsiasi dubbio a chi crede ancora nella favola che “la legge è uguale per tutti”.
Secondo questa sentenza, se un operaio aderente a un qualsiasi sindacato di base, a Melfi effettuasse uno sciopero e il padrone lo prendesse a calci, lo riempisse di ingiurie e lo licenziasse, dicendogli che lo sta facendo solo per il semplice fatto che aderisce al sindacato di base, quell’atteggiamento non sarebbe mai considerato antisindacale ai sensi dell’art. 28 dal giudice del tribunale di Melfi.
Il giudice come ha già dimostrato non entrerebbe mai nel merito del ricorso ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori, limitandosi ad affermare che il sindacato di base non ha il requisito per poter impugnare l’art. 28.
Anche i calci, le ingiurie e i licenziamenti non sarebbero comportamenti antisindacali perché il sindacato a cui l’operaio aderisce non è presente in tutte le regioni e in tutte le province e non firma i contratti nazionali.
E’ proprio il caso di dirlo: il giudice anche a Melfi afferma che “la legge e uguale per tutti” ma poi viene fuori che gli operai non sono tutti uguali e non possono fruire della stessa legge.
Una sentenza che non penalizza solo la FLMUniti-CUB e tutti i sindacati di base ma anche tutti gli operai, a prescindere dal sindacato di appartenenza, perché, nei fatti, tende a limitare ancora di più ogni nostra già scarsa possibilità di organizzarci liberamente.
Dopo aver imposto il metodo di lavoro della fabbrica integrata sperimentato a Melfi a tutti gli altri stabilimenti, la Fiat utilizzerà anche la giurisprudenza del tribunale di Melfi contro gli operai delle altre fabbriche.
E’ sempre più necessaria una risposta di lotta massiccia e unitaria di tutti gli operai, nella consapevolezza che per battere il padrone e per far rientrare i licenziamenti degli operai combattivi servono gli scioperi e l’organizzazione unitaria di tutti gli operai. Con la sentenza del tribunale di Melfi la strada delle cause e delle vertenze legali ha dimostrato ancora una volta la sua inadeguatezza e insufficienza. Una strada, dove il terreno è sempre di più controllato dai padroni e dove gli operai più combattivi vengono portati per essere “soppressi” legalmente.
Melfi 02-03-2007
L’operaio Donato Auria
Dopo essere stato licenziato, insieme ad un altro operaio che era anche RSU, la FLMUniti-CUB, il sindacato a cui aderisco, ha impugnato presso il tribunale di Melfi la causa ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori.
La famosa legge 300 del 1970, quella che, ci dicono, dovrebbe tutelare tutti i lavoratori.
Il giudice del lavoro, dopo averci pensato per 2 mesi, ha fatto propria alla lettera le tesi della Fiat-SATA e ha rigettato il ricorso impugnato ai sensi dell’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori dalla FLMUniti-CUB perché a suo dire il sindacato di base non avrebbe il requisito della nazionalità in quanto presente “solamente” in 43 province e in quasi tutte le regioni.
Una decisione ingiusta che toglie di mezzo qualsiasi dubbio a chi crede ancora nella favola che “la legge è uguale per tutti”.
Secondo questa sentenza, se un operaio aderente a un qualsiasi sindacato di base, a Melfi effettuasse uno sciopero e il padrone lo prendesse a calci, lo riempisse di ingiurie e lo licenziasse, dicendogli che lo sta facendo solo per il semplice fatto che aderisce al sindacato di base, quell’atteggiamento non sarebbe mai considerato antisindacale ai sensi dell’art. 28 dal giudice del tribunale di Melfi.
Il giudice come ha già dimostrato non entrerebbe mai nel merito del ricorso ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori, limitandosi ad affermare che il sindacato di base non ha il requisito per poter impugnare l’art. 28.
Anche i calci, le ingiurie e i licenziamenti non sarebbero comportamenti antisindacali perché il sindacato a cui l’operaio aderisce non è presente in tutte le regioni e in tutte le province e non firma i contratti nazionali.
E’ proprio il caso di dirlo: il giudice anche a Melfi afferma che “la legge e uguale per tutti” ma poi viene fuori che gli operai non sono tutti uguali e non possono fruire della stessa legge.
Una sentenza che non penalizza solo la FLMUniti-CUB e tutti i sindacati di base ma anche tutti gli operai, a prescindere dal sindacato di appartenenza, perché, nei fatti, tende a limitare ancora di più ogni nostra già scarsa possibilità di organizzarci liberamente.
Dopo aver imposto il metodo di lavoro della fabbrica integrata sperimentato a Melfi a tutti gli altri stabilimenti, la Fiat utilizzerà anche la giurisprudenza del tribunale di Melfi contro gli operai delle altre fabbriche.
E’ sempre più necessaria una risposta di lotta massiccia e unitaria di tutti gli operai, nella consapevolezza che per battere il padrone e per far rientrare i licenziamenti degli operai combattivi servono gli scioperi e l’organizzazione unitaria di tutti gli operai. Con la sentenza del tribunale di Melfi la strada delle cause e delle vertenze legali ha dimostrato ancora una volta la sua inadeguatezza e insufficienza. Una strada, dove il terreno è sempre di più controllato dai padroni e dove gli operai più combattivi vengono portati per essere “soppressi” legalmente.
Melfi 02-03-2007
L’operaio Donato Auria
giovedì 7 febbraio 2008
Delibera Consiglio Provinciale
PROVINCIA DI POTENZA
CONSIGLIO PROVINCIALE
Deliberazione n. 6
OGGETTO: O.D.G. presentato dai Consiglieri provinciali Scelzo Giuseppe, Soave Raffaele e Caivano Antonio di solidarietà verso i lavoratori FIAT – SATA di Melfi, licenziati dall’Azienda.
L’anno duemilaotto il giorno ventinove del mese di gennaio alle ore 11,30 nella Sala Consiliare della Provincia , a seguito di regolare avviso scritto, notificato a ciascun Consigliere nelle forme di legge, si è riunito il Consiglio Provinciale in sessione straordinaria, in seduta pubblica di prima convocazione
Il Presidente del Consiglio concede la parola al Consigliere Scelzo il quale dà lettura dell’o.d.g. sotto riportato da lui presentato, unitamente ai Consiglieri Soave e Caivano di solidarietà verso i lavoratori FIAT- SATA di Melfi, licenziati dall’Azienda:
“Premesso che, il 23 ottobre scorso, 4 operai dello stabilimento Fiat Sata di Melfi sono stati licenziati: tre in seguito ad avviso di garanzia emesso dalla magistratura nei loro confronti, per presunta eversione (art.270 bis e art. 272 C.P. ) e un R.S.U. , estraneo alle indagini, per aver diffuso volantini sulle dure condizioni di lavoro in fabbrica.
Considerato che la Costituzione Italiana e la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo sanciscono la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva e che lo Statuto dei Lavoratori prevede il diritto alle manifestazioni di dissenso verso i datori di lavoro, da parte dei lavoratori e dei loro rappresentanti sindacali.
Considerato altresì che, al momento, gli elementi di colpevolezza che fossero emersi non sono stati tali da giustificare provvedimenti restrittivi della libertà personale, lasciando concreti dubbi sulla responsabilità di quei lavoratori.
Viste le iniziative messe in atto dalle forze sindacali e dalle loro rappresentanze in Azienda, con lettera indirizzata ai vertici dello Stato perché sia ristabilita la legittimità costituzionale e perché questo provvedimento non diventi un pericoloso precedente per alterare il nostro ordinamento.
Esprimendo ferma condanna per gli atti di terrorismo a danno delle istituzioni democratiche, delle forze sindacali e di tutti i cittadini, e manifestando piena fiducia nell’operato della magistratura perché in tempi brevi giunga alla definizione ed all’accertamento delle responsabilità.
IL CONSIGLIO PROVINCIALE
CONDANNA il terrorismo in ogni forma ed espressione, ove accertate .
ESPRIME piena fiducia nell’operato della magistratura, sentimento che è comunque accompagnato dalla convinzione che debba essere garantita a tutti la presunzione di innocenza prevista dalla nostra Carta costituzionale e dalla Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite .
FA VOTI perché l’Azienda Sata voglia ripensare i provvedimenti assunti, considerando la possibilità di sospendere i licenziamenti fino all’accertamento delle effettive responsabilità per quelle che , al momento , sono soltanto ipotesi di reato.
AUSPICA che sulla vicenda possa riprendere un corretto confronto dialettico fra le parti sociali per la ricostituzione di un clima sereno all’interno della fabbrica”.
- Udita la proposta
IL CONSIGLIO PROVINCIALE
a voti unanimi, con l’astensione del Consigliere Giuliano
DELIBERA
di approvare l’o.d.g. da lui presentato, unitamente ai Consiglieri Soave e Caivano di solidarietà verso i lavoratori FIAT- SATA di Melfi, licenziati dall’Azienda.
CONSIGLIO PROVINCIALE
Deliberazione n. 6
OGGETTO: O.D.G. presentato dai Consiglieri provinciali Scelzo Giuseppe, Soave Raffaele e Caivano Antonio di solidarietà verso i lavoratori FIAT – SATA di Melfi, licenziati dall’Azienda.
L’anno duemilaotto il giorno ventinove del mese di gennaio alle ore 11,30 nella Sala Consiliare della Provincia , a seguito di regolare avviso scritto, notificato a ciascun Consigliere nelle forme di legge, si è riunito il Consiglio Provinciale in sessione straordinaria, in seduta pubblica di prima convocazione
Il Presidente del Consiglio concede la parola al Consigliere Scelzo il quale dà lettura dell’o.d.g. sotto riportato da lui presentato, unitamente ai Consiglieri Soave e Caivano di solidarietà verso i lavoratori FIAT- SATA di Melfi, licenziati dall’Azienda:
“Premesso che, il 23 ottobre scorso, 4 operai dello stabilimento Fiat Sata di Melfi sono stati licenziati: tre in seguito ad avviso di garanzia emesso dalla magistratura nei loro confronti, per presunta eversione (art.270 bis e art. 272 C.P. ) e un R.S.U. , estraneo alle indagini, per aver diffuso volantini sulle dure condizioni di lavoro in fabbrica.
Considerato che la Costituzione Italiana e la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo sanciscono la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva e che lo Statuto dei Lavoratori prevede il diritto alle manifestazioni di dissenso verso i datori di lavoro, da parte dei lavoratori e dei loro rappresentanti sindacali.
Considerato altresì che, al momento, gli elementi di colpevolezza che fossero emersi non sono stati tali da giustificare provvedimenti restrittivi della libertà personale, lasciando concreti dubbi sulla responsabilità di quei lavoratori.
Viste le iniziative messe in atto dalle forze sindacali e dalle loro rappresentanze in Azienda, con lettera indirizzata ai vertici dello Stato perché sia ristabilita la legittimità costituzionale e perché questo provvedimento non diventi un pericoloso precedente per alterare il nostro ordinamento.
Esprimendo ferma condanna per gli atti di terrorismo a danno delle istituzioni democratiche, delle forze sindacali e di tutti i cittadini, e manifestando piena fiducia nell’operato della magistratura perché in tempi brevi giunga alla definizione ed all’accertamento delle responsabilità.
IL CONSIGLIO PROVINCIALE
CONDANNA il terrorismo in ogni forma ed espressione, ove accertate .
ESPRIME piena fiducia nell’operato della magistratura, sentimento che è comunque accompagnato dalla convinzione che debba essere garantita a tutti la presunzione di innocenza prevista dalla nostra Carta costituzionale e dalla Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite .
FA VOTI perché l’Azienda Sata voglia ripensare i provvedimenti assunti, considerando la possibilità di sospendere i licenziamenti fino all’accertamento delle effettive responsabilità per quelle che , al momento , sono soltanto ipotesi di reato.
AUSPICA che sulla vicenda possa riprendere un corretto confronto dialettico fra le parti sociali per la ricostituzione di un clima sereno all’interno della fabbrica”.
- Udita la proposta
IL CONSIGLIO PROVINCIALE
a voti unanimi, con l’astensione del Consigliere Giuliano
DELIBERA
di approvare l’o.d.g. da lui presentato, unitamente ai Consiglieri Soave e Caivano di solidarietà verso i lavoratori FIAT- SATA di Melfi, licenziati dall’Azienda.
giovedì 10 gennaio 2008
Piccole vendette di una multinazionale
Piccole vendette di una multinazionale
Dopo essere stato licenziato ingiustamente dalla FIAT di Melfi, faccio domanda di disoccupazione per aver giustamente un contributo economico dopo essere stato sfruttato per 12 anni ininterrottamente in fabbrica.
Presento la domanda l’8 novembre 2007 e il responsabile del procedimento dell’INPS rilascia la ricevuta della presentazione della domanda e chiede nel contempo il DS/22 che è un attestato da compilare a cura del datore di lavoro, cioè la FIAT di Melfi.
Richiedo questo attestato telefonicamente presso l’amministrazione del personale e gli impiegati dichiarano: “che la compilazione è sì a cura del datore di lavoro cioè della Fiat-SATA di Melfi ma che il modello in bianco deve essere fatto recapitare presso l’amministrazione dallo stesso lavoratore”!!
Cioè un modulo da compilare da parte della FIAT-SATA di Melfi, che potrebbe essere scaricato facilmente anche tramite internet, deve essere invece fornito dall’operaio licenziato, che peraltro non può più entrare in fabbrica presso l’amministrazione !!
Sabato 1° Dicembre 2007 arriva una nota (datata 13-11-2007) dell’INPS di Potenza nella quale si richiede il modello DS/22, con la precisazione che detto modello, insieme alla certificazione comprovante l’iscrizione all’Ufficio Provinciale del Lavoro, deve arrivare presso l’INPS di Potenza entro il termine massimo di 30 giorni dalla data di notifica della nota.
La nota tramite il servizio postale è stata recapitata il 1° dicembre, il termine dovrebbe scattare il 1° gennaio 2007.
Invio lunedì 3 dicembre tramite raccomandata il modulo in bianco e la richiesta formale alla FIAT-SATA di Melfi per ricevere il DS/22 compilato.
Il DS/22 in bianco, nonostante sia stato inviato alla FIAT-SATA, non ritorna compilato e il giorno 19 Dicembre mi viene consegnata dal postino una nota dell’INPS di Potenza datata 7 dicembre nella quale si evince che viene respinta la domanda di disoccupazione.
Anche se si volesse prendere in considerazione non quando il postino ha consegnato le due note ma unicamente le date di compilazione delle due note inviate si evince che la prima nota di richiesta del modulo DS/22 è datata 13-11-2007, la seconda nota che respinge la domanda è datata 07-12-2007.
Cioè la nota che respinge la domanda di disoccupazione è stata stilata sei giorni prima del termine previsto dalla data della stessa nota precedente inviata dall’INPS.
E’ soltanto un errore dell’impiegato dell’INPS?
La sostanza è che l’INPS di Potenza fa quello che vuole non aspetta neanche il termine di 30 giorni, la FIAT-SATA di Melfi altrettanto, sembra che siano quasi d’accordo.
Se il DS/22 è un modulo che deve essere rilasciato dalle aziende perché non viene chiesto direttamente alla FIAT da parte dell’INPS?
Dopo alcuni giorni la domanda di disoccupazione viene ripresa in considerazione ma il riconoscimento economico di disoccupazione per il primo mese “slitta”.
Tutti si vantano che gli operai licenziati possono fruire degli “ammortizzatori sociali” poi anche su questi, i padroni con piccoli espedienti burocratici vorrebbero decidere chi e quando deve utilizzarli.
Dopo essere stato licenziato ingiustamente dalla FIAT di Melfi, faccio domanda di disoccupazione per aver giustamente un contributo economico dopo essere stato sfruttato per 12 anni ininterrottamente in fabbrica.
Presento la domanda l’8 novembre 2007 e il responsabile del procedimento dell’INPS rilascia la ricevuta della presentazione della domanda e chiede nel contempo il DS/22 che è un attestato da compilare a cura del datore di lavoro, cioè la FIAT di Melfi.
Richiedo questo attestato telefonicamente presso l’amministrazione del personale e gli impiegati dichiarano: “che la compilazione è sì a cura del datore di lavoro cioè della Fiat-SATA di Melfi ma che il modello in bianco deve essere fatto recapitare presso l’amministrazione dallo stesso lavoratore”!!
Cioè un modulo da compilare da parte della FIAT-SATA di Melfi, che potrebbe essere scaricato facilmente anche tramite internet, deve essere invece fornito dall’operaio licenziato, che peraltro non può più entrare in fabbrica presso l’amministrazione !!
Sabato 1° Dicembre 2007 arriva una nota (datata 13-11-2007) dell’INPS di Potenza nella quale si richiede il modello DS/22, con la precisazione che detto modello, insieme alla certificazione comprovante l’iscrizione all’Ufficio Provinciale del Lavoro, deve arrivare presso l’INPS di Potenza entro il termine massimo di 30 giorni dalla data di notifica della nota.
La nota tramite il servizio postale è stata recapitata il 1° dicembre, il termine dovrebbe scattare il 1° gennaio 2007.
Invio lunedì 3 dicembre tramite raccomandata il modulo in bianco e la richiesta formale alla FIAT-SATA di Melfi per ricevere il DS/22 compilato.
Il DS/22 in bianco, nonostante sia stato inviato alla FIAT-SATA, non ritorna compilato e il giorno 19 Dicembre mi viene consegnata dal postino una nota dell’INPS di Potenza datata 7 dicembre nella quale si evince che viene respinta la domanda di disoccupazione.
Anche se si volesse prendere in considerazione non quando il postino ha consegnato le due note ma unicamente le date di compilazione delle due note inviate si evince che la prima nota di richiesta del modulo DS/22 è datata 13-11-2007, la seconda nota che respinge la domanda è datata 07-12-2007.
Cioè la nota che respinge la domanda di disoccupazione è stata stilata sei giorni prima del termine previsto dalla data della stessa nota precedente inviata dall’INPS.
E’ soltanto un errore dell’impiegato dell’INPS?
La sostanza è che l’INPS di Potenza fa quello che vuole non aspetta neanche il termine di 30 giorni, la FIAT-SATA di Melfi altrettanto, sembra che siano quasi d’accordo.
Se il DS/22 è un modulo che deve essere rilasciato dalle aziende perché non viene chiesto direttamente alla FIAT da parte dell’INPS?
Dopo alcuni giorni la domanda di disoccupazione viene ripresa in considerazione ma il riconoscimento economico di disoccupazione per il primo mese “slitta”.
Tutti si vantano che gli operai licenziati possono fruire degli “ammortizzatori sociali” poi anche su questi, i padroni con piccoli espedienti burocratici vorrebbero decidere chi e quando deve utilizzarli.
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